For your eyes only – Solo per i tuoi occhi
Poco più di un anno fa ho pubblicato il mio ultimo post ai sapori di Calabria. Per un anno mi sono chiesta come continuare il racconto su queste pagine con tutti gli stravolgimenti che ci sono stati nella mia vita: un nuovo lavoro e la mia attività parallela sulla rivista Agenda Viaggi (eheh! Sorpresa! faccio anche la giornalista negli scampoli di tempo!), per non parlare di questa nuova fase di una vita a due, con questa convivenza tanto desiderata.
E poi certo, un'onda anomala ha travolto me e voi allo stesso modo: il Covid-19 ha ridisegnato una nuova mappa delle priorità, nuove abitudini, sforzi diversi. Non so ancora bene come occupare di nuovo questo piccolo spazio per farvi compagnia, ma ho avuto una piccola occasione fra le mani e non volevo lasciarmela sfuggire.
Qualche mese fa, Angelo ha partecipato al concorso letterario "Un giallo per l'autunno" indetto dalla Apollo edizioni: è risultato fra i finalisti ed ha visto il suo racconto pubblicato nell'antologia realizzata dalla casa editrice. Qualche giorno fa abbiamo ricevuto a casa l'antologia con il suo racconto e allora mi ha chiesto di condividere con voi il suo racconto attraverso questo blog. Non smetterò mai di occupare le prime file quando si tratta di sostenere il suo talento, la sua creatività, il suo delicato sguardo sul mondo.
E poi è un racconto decisamente in tema con gli ultimi post pubblicati un anno fa: quei luoghi suggestivi di cui ho parlato, questa aspra costa Jonica in cui sono nata, hanno fatto da sfondo naturale a questa storia.
Io e le mie parole vi lasciamo qui. Buona lettura!
For your eyes only – Solo per i tuoi occhi
Storia di una morte presunta
Il principio e la fine di tutte le cose stanno in piccoli gesti.
Quando è cominciato tutto?
Il tempo scivola inesorabile e fluisce in tutte le direzioni. All’inizio sembra di nuotare perfettamente a sincrono nel flusso, ma poi scopri che la marea si alza e, prima ancora di accorgertene, il vortice ti ha sopraffatto e trascinato giù. L’abisso, la paura, l’ombra.
La donna sta seduta fuori in veranda, all’ora del tramonto. Pensa che la vita le si è arrampicata dentro come una malerba, aggrappandosi al suo animo un tempo lieve, diventando un rampicante scuro che getta ombra sul suo corpo di femmina infelice. Pensa al colore lieve dei suoi amori perduti, probabilmente pensa a me. Si toglie gli occhiali, fa un lento sospiro mentre fuori dalla finestra il sole scivola piano dietro l’orizzonte, dando tregua ai suoi pensieri tristi. Si chiama Maddalena, ha quarantadue anni. Ci siamo amati. E’ morta quella stessa sera.
L’Opel Meriva che mi ha prestato tuo padre scivola lentamente sull’asfalto della 106 ionica. Vedo il riflesso della luce della luna sul mare e ricordo il giorno in cui mi hai detto che esiste una parola turca per descrivere questo fenomeno così poetico: Yakamoz. Mi ricordo che hai fatto scivolare la testa sulla mia spalla e mi hai raccontato che è una parola intraducibile, che in italiano ne impiega almeno sei per la traduzione dall'idioma originale. La voce intraducibile che descrive la luce argentata che brilla sulla massa scura davanti a me mi fa pensare all’intraducibilità del nostro amore, fatto di parole spezzate, di lunghi momenti in cui eravamo felici e parlavamo un idioma comune. Ho letto della tua morte presunta sui giornali tre settimane fa. Sapevo bene che la morte presunta è quell’istituto giuridico con il quale una persona viene ritenuta morta dall’ordinamento allorché questa si sia allontanata dall’ultima residenza e non abbia più fatto avere sue notizie. Erano passati due anni da quell’incidente che ha visto la tua macchina tuffarsi oltre il parapetto della strada panoramica che lascia la città di Crotone e scende verso il mare. Erano anni che non avevo tue notizie e tre settimane fa ho trovato il tuo viso distratto in bianco e nero su Repubblica. Era la foto che ti avevano fatto quando ti affidarono la cattedra nella facoltà di Ingegneria Biomedica. Gli zigomi alti, gli occhi azzurri e pensanti, la cascata di capelli biondi e mossi che ti incorniciava il viso e le spalle. Ho pensato a tutte le volte che ho accarezzato quel volto sottile e con orrore mi ha sfiorato l’immagine di quel collo spezzato, finito chissà dove nelle profondità dello ionio. Per sempre Sirena di questa terra arsa dal sole che tanto hai amato e tanto hai detestato. Anche nella morte hai dovuto esagerare, come d’altronde hai sempre fatto nella vita. Diplomata con il massimo al liceo classico di Crotone, laureata con lode alla migliore università privata di Roma e poi subito la cattedra prima come ricercatore, poi come professore associato ad appena trent’anni. Sei stata tu a mettere fine a questa fulgida ascesa, Maddalena? O qualcuno ti ha aiutato a farlo o persino indotto? Il dubbio mi attanaglia lo stomaco il giorno e la notte. D’altronde la mia vita con te è sempre stata così: un’infinità di domande, una lotta costante per riempire lo spazio che mettevi tra noi due. Ricordo ancora perfettamente quelle tue sparizioni improvvise quando ancora vivevamo insieme a Roma. Capivo già dal mattino che sarebbe successo: trovavo all’alba la sagoma sottile del tuo corpo seduta a gambe incrociate sul divanetto sotto la finestra, le mani strette intorno a una tazza fumante. Le riviste scientifiche sparpagliate a terra, qualche libro aperto, lasciato dormire sul dorso con qualche pagina ad accarezzarti i piedi. Succedeva spesso dopo una discussione, ma a volte anche così, senza motivo, all’improvviso. “Sei già sveglia?” tu mi guardavi fisso negli occhi, con quello sguardo smarrito eppure vigile. La maggior parte delle volte non mi rispondevi. Il pomeriggio tornavo da lavoro e non eri più a casa. Ti aspettavo tutta la sera, fino a notte tarda, nell’attesa che il portone d’ingresso all’improvviso si aprisse lasciando intravedere la tua figura. Non succedeva mai. Eppure, volevi essere ritrovata. In giro per casa, il giorno dopo, trovavo un biglietto con un indovinello o una frase che lasciasse intuire dove fossi. A volte addirittura delle coordinate che inserivo su google maps. Poi un giorno, ti ho trovata come tutte le mattine in cui sapevo che te ne saresti andata. Hai sollevato il mento verso di me e mi hai sorriso. Ricordo bene cosa mi hai detto: “Stamattina mi sono svegliata e ho provato un vecchio tubino nero. L’avevo comprato in un negozio a Crotone qualche settimana prima di partire per Roma per l’università. Quando l’ho indossato mi sono accorta che mi stava enorme. Avrò perso almeno sei chili da quando sono arrivata a Roma. Ieri, invece, parlando con un collega, mi ha detto che non si capiva da dove venivo. Pensava fossi del nord. Ho perso le forme, ho perso l’accento della mia terra. Ho come la sensazione di essermi assottigliata nell’animo sino al punto che questo si è riflesso sul mio stesso corpo. Sono diventata così sottile da scivolare via da me stessa, come quando si fa cascare via un vestito da terra. Ho fatto la muta, sono diventata un’altra. Guardo questa donna allo specchio la mattina ed è un’estranea, parla una lingua che non conosco, fa un lavoro che mi è incomprensibile. Non ha un luogo di appartenenza. Una casa in cui tornare. Io e lei non ci siamo mai conosciute.” E’ stato inutile convincerti che stavi delirando, che erano tutte sciocchezze. Non avrei mai dovuto lasciarti sola quella mattina, invece ho fatto l’errore di andare a lavoro. Sono tornato a casa, ti ho aspettato. Ho cercato i tuoi famosi indizi, qualche parola magica per estrarti dal nulla come un mago con il suo coniglio fuori dal cappello. Niente. Sono rimasto seduto tutta la notte con gli occhi puntati verso la porta d’ingresso. Sono passati dieci lunghi anni. Non sei mia più tornata.
Ho parcheggiato la macchina su un punto lungo la costa: è Settembre e l’aria comincia a raffreddarsi quando cala la sera. Non ho voglia di trovarmi un posto dove dormire, credo che mi butterò un cappotto addosso e anche questa notte dormirò qui in macchina. Domani mattina mi rimetterò in viaggio. Appena ho letto la notizia della tua presunta morte ammetto con un po' di vergogna che ho avvertito un senso di pace: né con me, né senza di me. A questo ho pensato. Non eri più di qualcun altro, ma soltanto tua. Eppure il dubbio sul perché avessi compiuto quel gesto mi tormentava. E se non fossi stata tu? Non potevo convincermi che la tua storia, per quanto tormentata, si concludesse con la morte. Dopo un pomeriggio a leggere le notizie della tua morte su Google mi sono versato un bicchiere di vino e mi sono concentrato solo sull’ultima parte di un articolo “dopo due anni da quel terribile incidente che ha visto la donna precipitare nel mare, la famiglia di lei ha avviato presso il tribunale di Crotone l’iter di accertamento della morte presunta.” Da quello che si leggeva sul corriere del Mezzogiorno, era stata trovata solo la tua auto piena di effetti personali usati prima del salto nel vuoto. Non era stata manomessa. Nessun impronta digitale se non la tua. Nessuna notizia del tuo corpo. Nonostante il tempo ormai passato tra noi, nonostante il fatto che tu stessi con un altro uomo da anni, ho pensato che le tracce del mio amore per te costituissero delle cicatrici indelebili che mi avevi lasciato e che in un certo senso mi spronavano a cercare la verità. E poi ero solo, non mi aspettava nessuno a casa. Tre settimane fa ho fatto la valigia, ho preso le mie cose e sono arrivato al piccolo paesino vicino Crotone in cui vivevano i tuoi. Agosto stava ormai finendo. La casa di pietra e calce bianca della tua famiglia era rimasta così come me la ricordavo, una piccola isola di silenzio a pochi passi dalla città. Tua madre e tuo padre mi hanno accolto con uno sguardo rassegnato e pacifico e con il solito affetto con cui mi hanno sempre trattato. Lavori ancora per quel giornale famoso? Ormai sarai diventato capo redattore. Sei zito? (sei fidanzato?). Come mai un bell’uomo come te ancora non si è sposato? Come si vive a Milano? Ho risposo a mezza bocca a tutte le loro domande, sempre con un sorriso cordiale. Tuttavia, la mia attenzione era rapita dall’uomo sulla cinquantina seduto al tavolo della cucina. Alto, robusto, spalle larghe di chi si esercita in palestra da molti anni, folti capelli brizzolati e barbara curata. E poi quegli occhi intelligenti che ho sempre odiato così tanto. Ettore, il tuo compagno. Il professore universitario di Roma di cui ti sei innamorata dopo di me. L’uomo che non hai lasciato solo nemmeno una notte. Nessun indovinello, nessun tranello, nessuna caccia al tesoro. Era stato lui a convincere i tuoi genitori a richiedere la morte presunta dopo due anni dalla scomparsa. Tutte le volte che si parla di te con loro, cara Maddalena, è una sofferenza. Non riesco a sostenere lo sguardo di tua mamma, la voce incrinata di tuo padre. Hanno parlato di quella sera dell’incidente, di quella macchina finita oltre il parapetto e ritrovata distrutta tra gli scogli. Ettore era ancora visibilmente sconvolto, affermava che eri l’unica donna che aveva amato veramente e che ormai con sua moglie stava divorziando. L’ho ascoltato e ho pensato che fosse un uomo sinceramente innamorato: l’ho invidiato persino, ho invidiato l’amore che provava per te. Eppure gli amori infelici lasciano una traccia sottile, come un profumo. Quello stesso giorno ho seguito quel profumo fino alla scogliera dove hanno trovato la tua macchina. C’erano dei fiori all’angolo della strada, una tua foto e una piccola targa di marmo. Mi sono chiesto perché avevi commesso un gesto così folle, cosa ti aveva portato quella notte a premere contro l’acceleratore e lasciare che il vuoto ti inghiottisse. Non riuscivo ad accettare che avessi commesso un gesto così folle. Ti ho immaginata con gli occhi chiusi, il finestrino calato mentre la macchina scivolava nel vuoto. Quel tuo profumo di zagara che mi ricordava questa terra azzurra, piena di rabbia e desiderio di essere ascoltata, spesso dimenticata dalle nostre città di cemento e vetro. Ricordo un’estate sulla 106 ionica, guidavi questa macchina che ti avrebbe un giorno portata verso l’oblio. Mi hai detto che un giorno saresti tornata qui, in Calabria, e avresti finanziato un grande centro medico per le persone non-vedenti e per curare le patologie oculari. Non posso credere che tu abbia premuto sull’acceleratore, Maddalena. Non posso credere che tu abbia fatto un unico fagotto dei tuoi sogni e che l’abbia gettato nel mare con te. E’ l’alba e io mi sto rimettendo in macchina.
E’ l’ultimo viaggio che faccio per te, l’ultima volta che mi metto in macchina mosso da un desiderio d’amore così logorante e allo stesso tempo benefico, come una morfina che spegne ogni dolore. In quei giorni d’Agosto, dopo essere stato a casa dei tuoi genitori, sono andato al deposito giudiziario e ho chiesto di vedere la macchina. Ho dovuto ripetere più volte che ero un giornalista importante e alla fine mi hanno concesso di visionare quello che rimaneva della Peugeot che troppo fedelmente ti aveva scortato su questa terra. Della macchina era rimasto poco e nulla, un grande rottame schiacciato dal salto nel vuoto e logorato dalla salsedine. Vedere quell’auto su cui avevamo viaggiato insieme per tanti anni ridotta così è stato forse la cosa più dolorosa che io abbia mai fatto. Non ho retto il dolore, me ne sono andato via con le lacrime agli occhi dopo pochi minuti. Dopo la vista della macchina, sono andato a parlare con Ettore. L’ho trovato nella sua camera d’albergo di Crotone, vestiva una semplice tuta di acetato e sembrava visibilmente sconvolto. Mi ha raccontato che da quando è stata trovata la tua macchina ma non il tuo corpo non dorme più bene la notte e che è solo, visto che ha lasciato la moglie. Forse non tornerà più a Roma, almeno fino a quando il tribunale non avrà chiuso questa storia della tua morte presunta e che finalmente si riesca a mettere pace alla storia di Maddalena. Mi ha riferito che ha proposto lui stesso ai tuoi genitori di dichiararti morta, per mettere pace a quello strazio che durava ormai anni e sopire un dolore costante e sempre sveglio, che lo scuoteva il giorno in continui singhiozzi e gli pesava sul cuore la notte, tanto da tenerlo sveglio costantemente. Impazzirò d’amore per Maddalena, mi ha detto. Non mi ha mia lasciato un giorno, era una donna felice.
Era una donna felice.
Me lo sono ripetuto in testa dieci volte, sino a che ho capito che era questo il primo degli indizi. A quel punto capii che Maddalena non poteva essersi uccisa. Qualcuno doveva averlo fatto. Qualcuno doveva averla costretta a compiere quel folle gesto. Il giorno seguente mi sono recato nuovamente dal custode giudiziario e gli ho detto che stavamo scrivendo un importante articolo sulla morte di Maddalena per cui avevo bisogno di visionare tutto ciò che possedeva quando è stata trovata l’auto. Mi è bastato fare un paio di nomi importanti, nominare qualche Pubblico Ministero di Milano, per farmi consegnare un pacchetto di plastica con una serie di oggetti. Li ho maneggiati con cura, con i guanti in lattice come un vero ispettore: prima il rossetto, poi una piccola agenda, il cellulare, il libro che stavi leggendo. Non era un libro di Marquez, il tuo autore preferito, questo mi ha incuriosito. Era un romanzo rosa, una banalissima storia d’amore. E’ stato questo ad incuriosirmi: Maddalena durante l’estate leggeva solo Marquez, diceva che era la stagione migliore per capire il realismo magico. Ed è stato d’estate che è morta gettandosi contro la scogliera. A quel punto ho ricordato che teneva sempre l’ultimo libro che leggeva in un cassetto della scrivania. Ho ringraziato il custode e sono corso a casa dei genitori di Maddalena. Sono piombato nella sua stanza e davanti agli occhi esterrefatti di sua madre ho aperto il cassetto della libreria. Ho sorriso con le lacrime agli occhi. Rigiravo tra le mani una copia di Memoria delle mia puttane tristi. Sfogliando il libro non ho trovato nulla di particolare, solo alcune frasi sottolineate. Riponendo il libro, però, è scivolata via l’immagine di Santa Lucia, la santa a cui eri devota, protettrice di tutte le tue lotte nel trovare una cura permanente alla cecità. Girando l’immagine ho letto “Ad Andrea, a cui gli occhi della Santa dicono sempre la verità.” Ricordo che mi batteva il cuore all’impazzata. Maddalena, mi stavi parlando finalmente. Ho ringraziato tua madre e sono corso in macchina. Ho guidato un’ora sino a quella chiesetta nell’entroterra, piccolissima, tutta intonacata di bianco, che mi hai mostrato più di dieci anni fa. Sapevo dove cercare. Sotto l’altare stava una piccola mattonella sconnessa, mi avevi raccontato che da piccola era il tuo nascondiglio segreto. Dentro ho trovato solo un paio di chiavi, nient’atro. Sono rimasto a rigirarmi quelle chiavi tra le mani per molto tempo, interrogandomi cosa aprissero. Quando sei morta, non avevi nessuna cassetta bancaria, nessuna casa di proprietà. Non volevi lasciare traccia materiale di te in questo mondo in cui eri costantemente estranea. Una forestiera in una terra immensa e inospitale, che ti aveva costretto a cambiare, reinventarti. Che ti aveva fatto soffrire, perché non eri felice. Non lo sei mai stata. Tuttavia, la vita era un dono che ritenevi troppo prezioso per privartene tu stessa. Guidando lungo la 106 vedo il sole svegliarsi e illuminare il mare, siamo ormai a Settembre e l’estate lascia il passo all’autunno. L’alba allunga le sue dita dorate lungo la superficie piatta dell’acqua, mentre si svegliano lentamente le città della costa e le luci dei lampioni si spengono. Sorrido, ripensando a come sono stati frenetici i giorni successivi. Ho passato una settimana intera ad indagare su di te in paese. Ho chiesto a tutti, dai vecchi ai più giovani, in cerca di una pista che conducesse a una serratura. Tutti ripetevano le stesse cose, Maddalena era molto discreta, non parlava mai di sé, scendeva sempre con quell’uomo, un tale Ettore. Quando era qui, a Crotone, insieme a lui, scendevano raggianti le vie del paese sino alla piazza. Quando era sola era sempre silenziosa, schiva. La si vedeva poco. Dopo cinque giorni a parlare di te in quella piccola frazione fuori Crotone, ho capito che stavo seguendo la pista sbagliata. Se volevo capire cosa era successo il giorno di quell’incidente, dovevo scavare più a fondo. E’ stato don Piero, una domenica di fine Agosto, a raccontarmi di tua nonna. Nonna Elisa era cieca dalla nascita, ed è stata la sua condizione farti intraprendere la strada che ti ha portato a diventare quello che eri. Volevi trovare una cura per tutti, in primis per tua nonna. Il lunedì seguente ho infilato le chiavi nella vecchia casa di campagna di Nonna Elisa. Le chiavi sono lentamente scivolate nella serratura e ho sentito un leggero click. Mentre guido questa macchina lungo la statale, penso al filo infinito delle nostre storie e al loro continuo intrecciarsi. Mi chiedo dov’è la linea che separa la mia vita dalla tua, da quella di Ettore. Nella casa di tua nonna ho scoperto il tuo rifugio segreto. Era completamente abbandonata da anni, completamente in disuso, priva di ogni allaccio elettrico e al gas. Eppure è da qui che il primo tassello, appoggiandosi sul successivo, ha portato a questo effetto domino che ci ha coinvolti tutti. Ho trovato in cucina una scatola e sopra un biglietto: “Per Andrea.” Con le mani tremanti l’ho aperta e ho trovato tutto. Amavi davvero Ettore, più di ogni altra cosa. Lo confermano le centinaia di lettere che vi siete scambiati, come due amanti dei libri di Marquez. In tutti questi anni, non me ne hai scritta nemmeno una. Riga per riga, gli raccontavi il tuo amore per lui, il tuo desiderio di formare una famiglia insieme. Eppure lui non era mai pronto: era quel tipo di uomo per cui c’è sempre un domani a cui rimandare ogni cosa. Non era pronto a lasciare la moglie, a trasferirsi da te, parlava di sua figlia, di quale sarebbe stata la sua reazione al divorzio. Ti chiedeva di aspettare, ma tu non avevi più tempo: eri incinta. Le analisi del sangue erano impilate nella scatola e chiuse con un nastro rosa; sarebbe stata una bambina. Dal giorno in cui gli hai detto di essere incinta, Ettore non ha più risposto a nessuna delle tue lettere. Quello che ha colpito più di tutti la mia curiosità era il contenuto di un pacchetto infondo alla scatola: un plico con scritto sopra: FYE- For your Eyes only. L’ho aperto e all’interno ho trovato la descrizione di un brevetto per una forma di lente oculare che avrebbe curato le persone affette da cecità. Era una scoperta straordinaria. Leggendo attentamente il fascicolo ha visto che era firmato sia da te che da Ettore. A quel punto ho fatto il numero della moglie di Ettore (era nella tua agenda quando l’ho ispezionata al deposito giudiziario). Mi ha risposto una bella voce di donna, con una leggera inflessione straniera, probabilmente francese. Mi sono finto un collega del marito e le ho chiesto quando sarebbe tornato a casa visto che avevamo organizzato un convegno a breve. Mi ha risposto che era fuori per un urgente viaggio all’estero e che sarebbe tornato a casa a breve, giusto il tempo di sistemare un paio di cose urgenti. Ho sorriso e riagganciato. Non l’aveva mai lasciata.
Cariati vecchia è un piccolo paese arroccato sulla cima di un colle a strapiombo sul mare: non c’è un solo vicolo che non si affacci sulla distesa azzurra e infinita dello Ionio. Soffia una brezza di mare leggerissima che muove i miei capelli e si infila sotto la camicia di lino. E’ pieno giorno e in paese c’è silenzio. Sono sceso dalla macchina e ho camminato senza una meta precisa. Questo cielo sopra di noi non vuole cedere il passo all’autunno, comincia a fare caldo. All’improvviso la vedo, la donna. E’ alta, porta capelli cortissimi e neri. Ha grandi occhi scuri, obliqui e limpidi. La donna è bellissima, ha una pelle lucida di seta e sembra felice. Stringe la mano di una bambina. Mi avvicino lentamente e la chiamo. La chiamo per nome, la chiamo nominando quel sentimento doloroso e violento che mi lega a lei da una vita. Lei si gira, solleva gli occhi liquidi e mi sorride. E’ allora che ti parlo, Maddalena. Questa volta non perdo tempo, non posso sprecarne nemmeno una goccia. “So che è stato Ettore, Maddalena. Ha approfittato della tua scomparsa per orchestrare la tua morte gettando la tua macchina nel dirupo. Solo un uomo che non ti ama può aver messo un romanzo rosa in quella macchina come falsa pista. Vuole il brevetto e l’otterrà solo quando avrà convinto i tuoi genitori a dichiarare la tua morte apparente. Torniamo in città ti prego, torniamo insieme, denunciamo quel mostro e realizziamo tutti i tuoi sogni.” Mi hai sorriso ancora e senza dire nulla mi hai preso la mano. I tuoi splendidi occhi azzurri si sono rivelati in quel momento dietro alle lenti a contatto. Hai preso la mia mano e scosso la testa lievemente con un segno di assenso. Avevo risolto il caso.
“Lasciami morire in pace, Andrea.”
Mi hai lasciato la mano e ti sei voltata. La bambina si è incamminata trotterellando dietro di te. Alla fine è cosi: gli amori perfetti sono quelli infelici. In questa spirale infinita di dolore hai deciso di fare ciò che più ti rendeva felice: cancellarti. Ho creduto mi amassi ancora in tutti questi anni, ma mi ero illuso. Nell’incomprensibile lingua dell’amore ci siamo solo raccontati parole tristi. Parole che mi hanno riempito l’animo di un veleno dolce e, mentre ti vedo scivolare dietro la linea azzurra del mare, capisco che quelle parole non erano altro che una mappa. Volevi che ti trovassi e che sapessi. Ora ti ho trovata e ti lascio morire, Maddalena, ma i tuoi occhi rimarranno nei miei per sempre e così la tua storia.

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