Il diavolo fa le pentole e pure il giapponese all you can eat
Come avevo già preannunciato sulla mia followatissima pagina IG (per i più intrepidi cercate chiara_mente92: mi pare che questo nick aveva un senso un tempo, adesso non lo ricordo più o forse non ve lo voglio dire), avverto la necessità di raccontarvi la mia prima esperienza in un ristorante giapponese con formula all you can eat, ma prima che tutto questo accada voglio fare alcune piccole considerazioni fuori testo che reputo molto attuali nella momento storico che sto vivendo:
- Abito in un appartamento vista stazione Tiburtina. L'idea che posso percorrere mentalmente l'ex via consolare Tiburtina Valeria e forse giungere fino il Molise, ammesso che questo luogo mitologico esista, e di lì al mare mi fa stare molto bene (sebbene trovo sia più probabile toccare le buie sponde delle terre di Mordor che il Molisn't).
- è mai possibile che, se compro le uova e queste si trovano in posizione leggermente precaria nella busta si sfracellino tutte, mentre quando voglio rompere il guscio con educazione sbattendolo sul ripiano della cucina diventi improvvisamente di acciaio inox?
- Di fronte al mio palazzo vive una donna piccione; vorrei definirla la "piccionaia" con un neologismo da me coniato or ora, se non fosse che tal termine mi sembra un po' vagamente ambiguo, quindi lascio perdere. Costei ogni giorno all'ora di pranzo svuota buste della spesa piene di molliche di pane, attirando piccioni nel raggio di 20 km. Considerando che io adoro gli animali allo stesso modo in cui Bossi ama i Terroni, ogni volta che vedo questi stormi apocalittici di immondi pennuti starnazzare davanti ai miei occhi, comincio a chiudere ogni finestra e abbaino e a sgranare rosari.
Il giapponese dicevamo.
Non era la prima volta che mangiavo cucina sushi & company, mi sono avvicinata al piatto più fotografato e fessscion dei social già in Spagna, sebbene le mie reticenze passate fossero dovute ad un piccolo insignificante dettaglio; a me il riso non piace. Dopo aver appurato a Valencia che il riso in formato Nigiri mi piace (siete tutti dei grandi viveur, non sta a me spiegarvi cosa sono) non mi sono più fatta problemi. Nel dubbio ho anche assaggiato un risotto dopo questa epifania sul riso, per constatare che in effetti non mi piace. Non c'è un nesso logico fra le due cose, ma è andata così.
Locale dall'arredamento tipico orientale, io e il Duci veniamo fatti accomodare presso questo tavolino già apparecchiato alla maniera nipponica: tovaglietta in bambù, piattino rettangolare in ceramica, mini piattino per mettere la salsa di soia e bacchette.
No forchette.
No bacchette no way, altresì detto o bacchette o t'attacchi. In tutto questo voi dovete sapere che io sono anche stata dieci giorni in Cina cinque anni fa ed ho avuto numerosissime occasioni per far pratica con quegli arnesi, ma nell'utilizzo delle bacchette sono negata come in qualsiasi altro sport estremo (e non).
Nonostante ciò non mi faccio scoraggiare, comincio ad inspirare dal naso ed a espirare dalla bocca ed apro il menù.
Per chi non lo sapesse, la formula all you can eat prevede che ad un prezzo fisso voi possiate ordinare tutto quello che sta scritto nel menù nelle quantità che desiderate e ogni volta, potete fare un giro di giostra o diecimila, il prezzo del menù rimarrà invariato. L'unico limite è che si deve consumare tutto ciò che è stato ordinato, altrimenti per ogni porzione lasciata la pagate a prezzo pieno.
Io con il cibo ho questo rapporto: poichè sono un'ingorda senza precedenti il mio cervello mi ha autconvinto di avere la capienza stomacale di un camionista. La cruda (aggettivo calzante visto che si parla di cucina nipponica) verità però è che ho un pancino da Madamoiselle; questo vuol dire che dopo due respiri a pieni polmoni sono già piena.
Il primo giro è iniziato in maniera sobria: rotolini di alghe vari, tempura croccante e leggera, pesce crudo in ogni dove (e no, per il momento non ho la salmonella nè affini). Al secondo giro morivo riversa sul tavolo con tutto il riso ficcato nelle guance e lo sguardo disperato di chi non ce la fa più. In una sera ho mangiato tutto il riso che non ho ingerito per ventitré lunghi anni, ma pur di non dover pagare l'extra per mancata consumazione ho mangiato tutto il mio Onigiri (avete presente quelle polpette di riso che si vedono nei manga giapponesi? Ma si può sapere cosa è saltato in mente loro di farle così grandi??? Ma lo sanno che, anche se si compatta il riso quello al primo morso si sgretola e bisogna raccogliere ogni singolo chicco ovunque?). All'ultimo frittino di tempura io ero così disperata di dover mangiare ancora che la frittella è ACCIDENTALMENTE caduta sotto il tavolo.
Il momento più epico è stato raggiunto quando ho preso le bacchette con entrambe le mani per cercare di incastrare un chicco di riso e portarlo alla bocca. Sfinita dalla mia mobilità con le bacchette, che fino a quel momento si era rivelata puramente ornamentale, ho chiesto ad una cameriera di portarmi delle posate. E mentre tutta la sala si destreggiava con leggiadria con le bacchette come i personaggi della "Madama Butterfly", le mie guance si coloravano di nipponico rossore quando ho afferrato le posate da un cameriere che mi guardava con sguardo compassionevole.
Questa esperienza mi ha resa più forte,e mi ha dimostrato che sono una persona aperta alle sfide della vita. Una vittoria di Pirro quella della scorsa sera: non avrò imparato a mangiare con le bacchette forse, ma anche oggi nella battaglia Man vs Food ha vinto l'uomo (e senza indigestioni postume).
Adesso comunque so cosa chiedere a San Gennaro il prossimo anno: essele Ziaponeeese (per imparare ad usare le bacchette).
Per i dovuti chiarimenti su San Gennaro vi rimando qui https://www.youtube.com/watch?v=Q11LPJNKPgQ
- Abito in un appartamento vista stazione Tiburtina. L'idea che posso percorrere mentalmente l'ex via consolare Tiburtina Valeria e forse giungere fino il Molise, ammesso che questo luogo mitologico esista, e di lì al mare mi fa stare molto bene (sebbene trovo sia più probabile toccare le buie sponde delle terre di Mordor che il Molisn't).
- è mai possibile che, se compro le uova e queste si trovano in posizione leggermente precaria nella busta si sfracellino tutte, mentre quando voglio rompere il guscio con educazione sbattendolo sul ripiano della cucina diventi improvvisamente di acciaio inox?
- Di fronte al mio palazzo vive una donna piccione; vorrei definirla la "piccionaia" con un neologismo da me coniato or ora, se non fosse che tal termine mi sembra un po' vagamente ambiguo, quindi lascio perdere. Costei ogni giorno all'ora di pranzo svuota buste della spesa piene di molliche di pane, attirando piccioni nel raggio di 20 km. Considerando che io adoro gli animali allo stesso modo in cui Bossi ama i Terroni, ogni volta che vedo questi stormi apocalittici di immondi pennuti starnazzare davanti ai miei occhi, comincio a chiudere ogni finestra e abbaino e a sgranare rosari.
Il giapponese dicevamo.
Non era la prima volta che mangiavo cucina sushi & company, mi sono avvicinata al piatto più fotografato e fessscion dei social già in Spagna, sebbene le mie reticenze passate fossero dovute ad un piccolo insignificante dettaglio; a me il riso non piace. Dopo aver appurato a Valencia che il riso in formato Nigiri mi piace (siete tutti dei grandi viveur, non sta a me spiegarvi cosa sono) non mi sono più fatta problemi. Nel dubbio ho anche assaggiato un risotto dopo questa epifania sul riso, per constatare che in effetti non mi piace. Non c'è un nesso logico fra le due cose, ma è andata così.
Locale dall'arredamento tipico orientale, io e il Duci veniamo fatti accomodare presso questo tavolino già apparecchiato alla maniera nipponica: tovaglietta in bambù, piattino rettangolare in ceramica, mini piattino per mettere la salsa di soia e bacchette.
No forchette.
No bacchette no way, altresì detto o bacchette o t'attacchi. In tutto questo voi dovete sapere che io sono anche stata dieci giorni in Cina cinque anni fa ed ho avuto numerosissime occasioni per far pratica con quegli arnesi, ma nell'utilizzo delle bacchette sono negata come in qualsiasi altro sport estremo (e non).
Nonostante ciò non mi faccio scoraggiare, comincio ad inspirare dal naso ed a espirare dalla bocca ed apro il menù.
Per chi non lo sapesse, la formula all you can eat prevede che ad un prezzo fisso voi possiate ordinare tutto quello che sta scritto nel menù nelle quantità che desiderate e ogni volta, potete fare un giro di giostra o diecimila, il prezzo del menù rimarrà invariato. L'unico limite è che si deve consumare tutto ciò che è stato ordinato, altrimenti per ogni porzione lasciata la pagate a prezzo pieno.
Io con il cibo ho questo rapporto: poichè sono un'ingorda senza precedenti il mio cervello mi ha autconvinto di avere la capienza stomacale di un camionista. La cruda (aggettivo calzante visto che si parla di cucina nipponica) verità però è che ho un pancino da Madamoiselle; questo vuol dire che dopo due respiri a pieni polmoni sono già piena.
Il primo giro è iniziato in maniera sobria: rotolini di alghe vari, tempura croccante e leggera, pesce crudo in ogni dove (e no, per il momento non ho la salmonella nè affini). Al secondo giro morivo riversa sul tavolo con tutto il riso ficcato nelle guance e lo sguardo disperato di chi non ce la fa più. In una sera ho mangiato tutto il riso che non ho ingerito per ventitré lunghi anni, ma pur di non dover pagare l'extra per mancata consumazione ho mangiato tutto il mio Onigiri (avete presente quelle polpette di riso che si vedono nei manga giapponesi? Ma si può sapere cosa è saltato in mente loro di farle così grandi??? Ma lo sanno che, anche se si compatta il riso quello al primo morso si sgretola e bisogna raccogliere ogni singolo chicco ovunque?). All'ultimo frittino di tempura io ero così disperata di dover mangiare ancora che la frittella è ACCIDENTALMENTE caduta sotto il tavolo.
Il momento più epico è stato raggiunto quando ho preso le bacchette con entrambe le mani per cercare di incastrare un chicco di riso e portarlo alla bocca. Sfinita dalla mia mobilità con le bacchette, che fino a quel momento si era rivelata puramente ornamentale, ho chiesto ad una cameriera di portarmi delle posate. E mentre tutta la sala si destreggiava con leggiadria con le bacchette come i personaggi della "Madama Butterfly", le mie guance si coloravano di nipponico rossore quando ho afferrato le posate da un cameriere che mi guardava con sguardo compassionevole.
Questa esperienza mi ha resa più forte,e mi ha dimostrato che sono una persona aperta alle sfide della vita. Una vittoria di Pirro quella della scorsa sera: non avrò imparato a mangiare con le bacchette forse, ma anche oggi nella battaglia Man vs Food ha vinto l'uomo (e senza indigestioni postume).
Adesso comunque so cosa chiedere a San Gennaro il prossimo anno: essele Ziaponeeese (per imparare ad usare le bacchette).
Per i dovuti chiarimenti su San Gennaro vi rimando qui https://www.youtube.com/watch?v=Q11LPJNKPgQ

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