DilloConUnLibro: “Memorie di una geisha” di Arthur Golden

È settembre: io sono tornata dalle ferie già da due settimane, persino il caldo ha deciso di sloggiare, e finalmente è arrivata un po’ di pioggia sulla capitale. Che se veniva mentre ero in ferie sarebbe stato meglio, almeno mi innaffiava le piante che invece mi si sono seccate, ma vabbè. 
E mentre la vita ricomincia a scorrere, sui vari social network vedo molte persone ancora in ferie. Considerando che vi vedo in ferie da fine maggio, ma si può sapere chi siete, Barbara D’Urso che il 20 maggio finisce con Pomeriggio 5????
Io boh.

Proprio per questo motivo, reputo ancora più importante continuare con la rubrica “DilloConUnlibro- ombrellone edition” per diffondere un po’ di buona cultura libresca.
Per fare ciò vi propongo un best seller degli ultimi vent’anni, che ha rapito l’attenzione dei lettori di mezzo mondo. E visto che non è estate e ferie se non si viaggia (almeno con la fantasia) oggi vi porto lontanissimo nel tempo e soprattutto nello spazio: siamo nel Giappone della prima metà del ‘900, nella Kyoto animata dalle Geishe.

In un paesino poverissimo con vista sull’oceano vive la piccola Chiyo, proveniente da una famiglia di pescatori poverissima. L’unica vera ricchezza di Chiyo è la sua bellezza fuori dal comune: due splendidi occhi grigi le conferiscono uno sguardo difficile da dimenticare. Vuoi la povertà, vuoi la morte prossima della madre per un tumore osseo, la piccola e sua sorella Satsu vengono mandate a Kyoto e vendute: la sorella in un comune bordello e lei, Chiyo, venduta in una okiya per iniziare il percorso e diventare una geisha.
Non vado oltre nello svelarvi la trama, anche perché, da quel fortunato romanzo, ne sono derivati molti altri che hanno raccontato in maniera più o meno dettagliata la vita delle geishe di Gion: in molti in Occidente sono rimasti colpiti da queste mitologiche figure. Ad aumentarne il successo poi ha contribuito anche il film che ne è stato tratto dal romanzo, girato da Rob Marshall: uno dei pochi film rimasti abbastanza fedeli al libro da cui è stato tratto, che ha avuto il pregio, a mio dire, di aver raccontato quei pochi fatti effettivamente salienti e averli raccontati con accuratezza.

È un romanzo che mi ha letteralmente conquistata: un libro di quasi 600 pagine che ho letto in un week end di viaggio, durante le tre ore di treno che separano Roma e Milano. La protagonista, che, una volta diventata geisha, prenderà il nome di Sayuri è di una delicatezza senza precedenti: il suo carattere, i suoi pensieri hanno la stessa bellezza di un disegno fatto ad acquerello su un foglio di carta di riso. Ciò non vuol dire che la protagonista sia una donna senza carattere: già il ritratto che viene fatto di lei bambina ha personalità da vendere e a me come lettrice ha trasmesso molto di più la prima parte e non la seconda. È nelle prime trecento pagine circa che si vede il senso di solitudine, la reticenza ad accettare un futuro, quello della geisha, che non fa per tutte, ma soprattutto il desiderio di questa bambina di poco più di otto anni di ritornare alla sua vita contadina e alla sua famiglia, una bambina che con grande determinazione va alla ricerca della sorella maggiore sperando di potersi ritrovare e scappare. Satsu però la lascerà lì, nel quartiere delle Geishe, il quartiere di Gion, e la piccola Chiyo si troverà a dover crescere in fretta.

A me il romanzo è piaciuto molto, ho trovato lo stile narrativo convincente ed ipnotico, una scrittura fluida, ma ricca di splendide metafore e passaggi descrittivi che sono riusciti a darmi l’immagine del Giappone di allora. Una cosa che mi è saltata all’occhio una volta finito di leggerlo è stato il confronto con la letteratura giapponese: molto più stringato nelle storie, con trame poco convenzionali, al limite quasi della normalità (penso, in primis alla letteratura giapponese moderna, arrivata in occidente grazie a Murakami e Yoshimoto). Da questa riflessione ho capito come il pubblico debba avere proprio dei desideri diversi in base al posto in cui si vive, ma ad influenzarli deve essere anche, probabilmente, la storia della letteratura. Questo mi ha portato a chiedermi come Banana Yoshimoto descriverebbe il mondo delle geishe: so che probabilmente non avrò mai una risposta, ma immagino comunque una storia decisamente diversa.

Spinta proprio da questa riflessione non ho molto apprezzato il finale, che conclude la storia di Sayuri quasi in chiave favolistica: diventa una sorta di Cenerentola d’Oriente, con il suo principe azzurro e il lieto fine. So che il romanzo è tratto dalla storia vera di una delle geishe più famose di tutti i tempi, Mineko Iwasaki, e che la storia è così fedele alla sua vita che la Iwasaki portò in tribunale la casa editrice e Golden per diffamazione e violazione di contratto (la Iwasaki aveva chiesto di non rendere pubblico il suo nome, e l’autore invece la citò più volte, sia nei ringraziamenti del romanzo che in numerose interviste). Purtuttavia però avrei voluto qualcosa di più, anche solo un finale identico ma reso in chiave meno Harmony per sentirmi in pace con me stessa da lettrice: voglio dire, aspetti seicento pagine per vedere se sta povera disgraziata riuscirà ad avere almeno una gioia, quando poi vedi che le gioie alla fine piovono dal cielo ci resti quasi male (come nel mio caso)!
Finale a parte, resta un romanzo indimenticabile, che ti viene voglia di rileggerlo almeno una volta all’anno per viaggiare con la mente e finire in Giappone, dove piovono fori di ciliegio e dove donne bellissime stregano i passanti con la potenza di un solo sguardo.

Titolo: Memorie di una geisha
Autore: Arthur Golden
Editore: TEA
Pagine: 571

Prezzo: 10 €

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