A me gli anni dispari non piacciono (in teoria)

è una estate particolarmente carica di significato quella che sto vivendo.
è l'ultima estate da studentessa universitaria. Quest'anno ho fatto il conto di tutte le cose fatte da studentessa per l'ultima volta. Le ultime lezioni. Gli ultimi adempimenti burocratici.
Ci sono le ultime cose fatte da collegiale: gli ultimi due esami di economia, le ultime cene in comune, l'ultimo mese di luglio passato a sudate in queste stanze caldissime, che non trovano mai refrigerio.
Dalla lista degli esami continuo a depennarne qualcuno, e quelli che mi restano sono meno delle dita di una mano. E ogni volta che un esame riempie un rigo del libretto mi stupisco che questo possa accadere.
è come scalare ogni giorno di più una montagna; ti fermi un attimo al bordo della strada e dall'alto in cui ti trovi ti dici "ma che davvero stavo lì sotto prima?"
Comincio a sentirmi chiamare laureanda. E a dire a mia nonna di iniziare a mettere in progetto un viaggio a Roma, perchè per la mia laurea ci deve essere, e perchè lei Roma non l'ha vista mai, e dobbiamo andare a salutare insieme il papa.
La mia (ultima!) sessione estiva si è conclusa l'8 luglio, una data dal forte valore simbolico: esattamente cinque anni prima concludevo la mia maturità con l'esame orale. E se ormai non mi stupisco più del fatto che cinque anni sembrano pochissimi, ma che sono un arco di tempo ragionevole per stravolgere completamente la propria vita, a lasciarmi stupita invece è come cambiano i nostri pensieri insieme al corso delle cose.
Cinque anni fa ero fermamente convinta che per andare bene negli studi si dovesse solo studiare. Ovviamente ne sono convinta ancora oggi, ma è da quando ho lasciato il liceo che mi sono accorta che c'è molto di più.
A luglio ho affrontato uno degli esami più difficili della mia carriera accademica. Ho studiato un sacco, ho adorato delle parti e mi sono disperata su altre, sono arrivata il giorno dell'esame letteralmente stremata dal caldo. E niente, se nel complesso una materia non ti piace, quel senso di disgusto si deposita come polvere sottile su tutto ciò che fai per poterlo passare. Mi sono trovata davanti un voto che non mi piaceva affatto, ma non per presunzione: solo per il tempo che ho dedicato a questo esame, e le forze, e i metodi inventati per fare in modo di far entrare nella mia testa una nozione in più, meritavo non 30, ma direttamente la laurea. E invece prima di dire al professore se accetti quel voto o se hai voglia di ritornare per l'ennesima volta a morire di caldo e di tedio dietro quella materia, ti fai un'analisi di coscienza veloce: ma ammesso e non concesso che io torni qui fra 3 mesi, davvero posso sapere qualcosa di più?
E soprattutto: è più grande la gioia di verbalizzare un altro esame ora, o di prendere un voto di un paio di punti più alto fra due mesi, rallentando la tabella di marcia?
In quei minuti ho dato una grande lezione alla Chiara che sedeva di fronte alla commissione di maturità: di fronte agli imprevisti bisogna uscirne a testa alta. E prendersi con un po' più di leggerezza.
Non so perchè ho questo conflitto interiore con gli anni dispari, spesso mi dico che le cose più belle, le soddisfazioni più grandi me le prendo sempre negli anni pari. A convincermi ancora di più di questa cosa il fatto che mi laureerò nel 2016, quindi già solo per questo parto positiva e cinque mesi prima che cominci mi dico già che sarà bellissimo. Ma è anche giunto il momento, cara Chiara, di capire che non esistono anni pari simpatici e dispari antipatici. Tutto sta nel tuo modo di affrontare le cose.
Se vuoi vivere bene allora, regalati più leggerezza. Non chiuderti mai la porta dei desideri. La voglia di mangiarti il mondo arriverà da sè.
 Di fronte a questa sessione che si è chiusa si apre l'ultimo capitolo di questa storia. Il bello è che alla fine di ogni libro si trova sempre la pagina dei ringraziamenti.
E sono già pronta a scriverla.

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