Pezzi di vita che diventano viaggio!

Forse uno dei post più difficili da scrivere.
è il quarto trasloco serio che faccio nella mia vita, o per lo meno di cui ho memoria perchè sono stata la protagonista diretta, e forse solo al quarto tentativo ho imparato più o meno come si fa.
La prima volta che feci un trasloco, dovevo trasferire tutte le mie cose 495 km più a nord di casa mia. Mi muovevo verso il diventare grande, mi portavo dietro tanti libri da leggere e quattro vestiti, cominciavo a stampare foto da portarmi dietro da attaccare per rendere più "mia" la stanza in cui andavo ad abitare. Mia madre mi regalò un ciclamino, che chiamai Mino e che morì dopo nemmeno un mese. Dovevo fermarmi subito e capire che non avevo affatto il pollice verde, dopo Mino ho fatto morire nell'ordine:
-una piantina grassa a forma di cuore morta marcia (non chiedetemi come sia possibile);
-un vaso di primule, morte di sete durante una mia assenza di una settimana;
-un vasetto di margherite che non sono riuscite e vedere neppure le luci di Natale;
-delle margherite gialle comprate a Valencia che avevo affidato alle cure delle mie coinquiline durante le vacanze di Pasqua.
Quest'anno niente piante, in compenso ho ordinato il kit del giardiniere della Kellogg's e per settembre dovrei avere il prezzemolo in giardino, ma papà mi ha fatto promettere che se ne sarebbe occupato solo lui, che sono anni che fa fiorire il nostro giardino, e che io resterò a guardare il prezzemolo da lontano.
Avevo portato le lenzuola da casa, perchè volevo sentire davvero che quel posto mi apparteneva. Forse è proprio qui che ho sbagliato: dovevo cominciare già allora a lasciare una patina di distacco fra "il mondo fuori" e "il mondo dentro", e sicuramente sarebbe stato tutto più facile. Questa stanza non è mai stata mia, basta togliere le foto appese e i poster e diventa una stanza anonima come tutte quelle presenti nel collegio Ponzi Ponzi.
Feci poi un altro trasloco: mi spostavo ancora più ad Ovest e ancora più lontano: cambiavo Paese e lingua, numeri di telefono e indirizzo. Fu un trasloco frettoloso e arrabbiato: fatto quando non c'era ancora nessuno, divisi le mie cose fra tre valigie da imbarcare su un aereo e scatoloni d'emergenza che distribuii fuori e dentro di questo posto. Indossai un paio di occhiali da sole e non mi voltai per un solo momento indietro, come se lasciassi alle spalle una zona isolata dalla quarantena. Ho creato torri costruite di errori commessi e incassati, che hanno delimitato il perimetro dei cuori dove non potevo più entrare ed ho risposto con le stesse barriere. Ho seminato scuse: alcune non sono fiorite, altre hanno creato delle amicizie così solide di cui mi stupisco e sono felice. Ho pianto per le distanze fisiche che separano i cuori, quando ho pensato per un attimo che si potesse davvero morire di dolore a  non poter essere vicino ad una delle persone più importanti della propria vita quando senti dire "qui è rimasto ancora il tuo profumo". Ho trascorso un anno fra voli e bagagli a mano, stavo per scoraggiarmi di fronte al terzo trasloco della mia vita, di nuovo un trasloco internazionale, il trasloco del ritorno. Ho infilato quanta più roba possibile in ogni angolo di valigia da portare dietro, ma l'idea di trovare qualcuno al tuo ritorno, una presenza fissa, una di quelle che non schioda di un solo centimetro se si tratta di te, che ti ha aspettato in qualsiasi occasione della tua vita, fa dimenticare qualsiasi tipo di affanno.
Sono ritornata a Roma, ho fatto trascorrere altri 300 giorni qui, fra alti e bassi, momenti di pura gioia e allegra quotidianità. Mi sono rimessa al passo con tutto e tutti, ho ripreso i miei riti e ne ho cominciato di nuovi.
Sono di nuovo in una stanza spoglia delle mie foto e delle mie cose, ma questa volta sono stata bravissima: ho catalogato tutto, diviso in scatoloni ben chiusi pronti per dar loro gambe e spostarsi dove ho deciso che dovranno andare.
Il vero problema è stato svuotare i cassetti: li ho riaperti tutti, ho letto tutti i biglietti e i messaggi, visto le date annotate dietro le foto, ricomposto un tour mentale di questi cinque anni, e mi sono ritrovata esattamente nello stesso punto in cui i miei ricordi mi stavano riconducendo, anche se per un momento, ad occhi chiusi, ho quasi avuto la sensazione di trovarmi da qualche altra parte, con un corso degli eventi diversi da quelli che poi si sono verificati.
è stato un bene però ritrovarmi qui, altrimenti avrebbe voluto dire che tutto quello che avevo rivisto nella mia mente non fosse mai accaduto.
E invece ci siete tutti quanti voi, persone, momenti, cose. Ho visto tanti libri studiati fino allo sfinimento, tazze non perfettamente lavate dai fondi di the e caffè, pizze a domicilio, film visti sul letto di una stanza affollata, chiacchiere fino a tarda notte, i visi di persone appena conosciute, di colleghi della facoltà, di amici cari come il sapore del pane di casa che vengono a trovarti, albe e tramonti a Roma, Valencia, sulla riva di una spiaggia o dall'alto di un belvedere, confidenze, delusioni cocenti, righe di libretto che pare si riempiano per magia, esami che passano, che ti chiedi come hai fatto a passarlo, cadute, bottiglie di birra e felicità in corpo, finestre che osservano una città dall'alto. Felicità, tanta felicità, sempre felicità, perchè sono felice. La mia strada non è ancora definita, è tutto un divenire, grazie a Dio è un divenire, perchè se c'è una cosa che odio è l'abitudine, il sapere fin dall'inizio come andranno le cose. Non so niente, non ho certezze, sono più ignorante Jon Snow sulla vita.
Credetemi, è bellissimo così.
Grazie a chi mi ha accompagnato, non si senta escluso nessuno. Buon viaggio a chi non rivedrò.
Ci sono ancora tanti pezzi di vita da mettere insieme per definire questo viaggio.

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