Il dizionario delle cose perdute 2.0: i vestiti dei fratelli più grandi

C'era una volta la famiglia numerosa, quel tipo di famiglia ben lontana dall'essere il prototipo dello spot della Mulino Bianco che usava i divani-letto e/o i letti a castello per mettere a nanna tutti i suoi pargoli.
C'era una volta la Lira che, checché se ne dica, non era particolarmente gentile nei confronti dei prodotti dell'infanzia, in primis scarpe e vestiti, pertanto nelle famiglie si sviluppava spesso, a dispetto delle correnti politiche, un'aria molto comunista, la quale faceva divieto di proprietà privata e metteva tutto in condivisione: dai giochini ai pupazzi agli zaini fino, ovviamente, alle scarpe e vestiti.
 D'altra parte, chi ha visto un bambino crescere lo sa bene: non si fa in tempo a prendere una tutina che il giorno dopo improvvisamente il poppante è cresciuto di venti cm, per non parlar delle scarpe, spesso sistemate in soffitta quasi nuove perchè, ormai, strette.
 Di conseguenza, uno dei motivi per cui, fino a qualche anno fa, i genitori erano incitati a fare figli a distanza di pochi anni era per evitare che i maglioncini 12/18 mesi si infeltrissero e potessero essere nuovamente utilizzati per un nuovo arrivo.
Ai miei andò particolarmente bene, in teoria: quattro figlie femmine, una goleada per il genere femminile, ma soprattutto per i loro portafogli, i quali non si sono dovuti indebitare per l'acquisto di abiti e giochi di genere.
Nel gioco degli abiti passati di fratello in fratello, i veri fortunati erano il primogenito e il più piccolo: il più grande perchè, per necessità, era quello che non soffriva il riciclo degli abiti, poichè bisognava sempre comprarne di nuovi per lui. Il più piccolo, invece, poteva giocare sull'effetto tempo: magari la camicina comprata nel 1992 si è ingiallita, questo pagliaccetto è decisamente usurato, queste scarpe ne hanno viste troppe.
Il problema, invece, riguardava i cosiddetti "figlio di mezzo": per loro non c'era scampo, scatole piene di ogni capo erano l'eredità che il fratello più grande ti lasciava in dote già dal primo sguardo lanciato nella culla.
Manco a dirlo, io faccio parte della categoria dei figli sandwich essendo la secondogenita della mia allegra brigata di sorelle. Spesso accompagnavo mia mamma e mia sorella più grande nei negozi e consigliavo strenuamente a mia sorella le cose che più piacevano a me, nella speranza di poterle indossare io, presto o tardi.
Spesso però la genetica è traditrice: i tuoi figli potranno anche avere lo stesso numero di capelli in testa e denti dritti, ma non avranno mai lo stesso peso e la stessa altezza nella stessa fase della vita.
E difatti.
Se mia sorella più grande cresceva in grazia e virtù, ma soprattutto cresceva in altezza, io rischiavo di indossare per anni capi per bambine di 4. Intanto accadeva che c'erano altre sorelle dopo di te, che dovevano indossare gli stessi vestiti perchè legittime proprietarie, in quanto aventi quattro anni certificati o perchè, pur avendone due, erano grandi come bambine di otto.
e in mezzo a questo gioco di cm c'ero io, che ho dovuto aspettare 15 anni prima di iniziare a comprare qualcosa di lontanamente adatto ad una giovane ragazza, poichè ancora mi stavano alla perfezione i vestitini della Chicco.
Il dramma nel dramma si consumava, puntualmente, ogni anno con l'arrivo del Carnevale: mia sorella maggiore continuava a crescere in beltà ed altezza, ed ogni anno sfoggiava un vestito da principessa diverso, io invece non riuscii mai ad indossare il costume ambito, ovvero quello di Sailor Moon, perchè le maniche rimasero per sempre troppo lunghe e i miei piedini troppo piccoli per gli stivali da paladina della giustizia color rosa evidenziatore. Mia madre risolse tutto comprando a me personalmente un vestito di carnevale. Da telefono.
                                     Io, immortalata in un momento di rara gioia apparente.
Ad ogni modo, strano ma vero, si sopravvive anche agli abiti di ottava generazione che ci si scambia da bambini e si entra nella fase adulta, in cui non è più possibile avere una Comune come armadio, ma si riesce ad imporre un sigillo di proprietà sulle proprie cose: un piccolo passo per l'uomo, un grande passo per i bambini cadetti.
A distanza di anni, vedendo le foto in cui mia mamma passava di figlia in figlia gli abitini delle feste e dei compleanni, ho potuto notare con sollievo una cosa: possono essere cambiati i centimetri di altezza o allungati i piedini, ma una cosa in me non è mai venuta meno: il senso di fame  in primis
ma anche la grazia e il portamento mentre, con disinvoltura, faccio fuori tutte le pizze presenti sul tavolo.

Commenti

  1. Ciao! I miei post sono ironici, però nella mia ironia c'è un retrogusto di rimpianto per ciò che è stato, proprio come nel "dizionario delle cose perdute" di Guccini cui questa mia rubrica si ispira. è uno spazio che mi ricavo una volta al mese per ricordare oggetti o usanze che oggi sono quasi spariti: io li ricordo con nostalgia e con il sorriso, mi fa piacere poter risvegliare gli stessi sentimenti nei lettori. Teniamoci in contatto!

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