Mostre a Roma: "Dream" al Chiostro del Bramante
Anche quest'anno abbiamo ceduto al nostro spirito hipster. Niente, proprio non riusciamo a sottrarci io e l'Ing. di fronte a foto da poser postate su Instagram nel bel mezzo di una mostra d'arte contemporanea che tutto il mondo, dai giornali ai semplici visitatori, definiscono epica. e quindi, dopo esserci riempiti di amore con la mostra "Love", dopo esserci divertiti con "enjoy!", abbiamo ceduto alle lusinghe ed alla bravura dei Social Media Manager del Chiostro del Bramante e siamo corsi a vedere l'ultimo atto della trilogia che il Chiostro dedica all'arte contemporanea con "Dream".
Dall'impressione che ho avuto domenica scorsa, credo che non solo io e l'Ing. siamo rimasti flashati dalle mostre che qui vengono organizzate: noi siamo arrivati intorno alle 14:30 (senza aver pranzato: due veri eroi) e ci siamo sorbiti quasi un'ora di fila per entrare; quando però siamo usciti (mancavano dieci minuti alle cinque e ancora nessuna notizia del pranzo) la fila non solo si snodava dentro al chiostro, ma fuori dai botteghini c'erano altri dieci metri circa di fila.
Con questo mio racconto non voglio scoraggiarvi, ma voglio avvisarvi del fatto che durante il fine settimana la mostra è presa d'assalto; quindi, a meno che voi non siate studenti-disoccupati ma con tanti soldi-già in pensione-campate di rendita, rassegnatevi all'idea di dover fare moooooolta fila. e a pancia piena si sopporta di più, non fate come me che sono finita a masticare la borsa.
Quando finalmente riuscirete ad impossessarvi di un'audioguida (inclusa nel prezzo), la vostra visita partirà già dal Chiostro con l'opera di Jaume Plensa "Dream": il primo aggettivo che mi viene in mente per descrivere questa scultura è bidimensionale, quasi un ossimoro se si pensa che la scultura per definizione è a tre dimensioni, eppure i due profili di un fanciullo e una fanciulla vogliono ingannare lo spettatore, farsi vedere di lato anche quando ci si trova di fronte ai due ritratti, ti introducono in una dimensione onirica in cui la dimensione, lo spazio, perdono di valore, si smaterializzano.
Su queste riflessioni entriamo all'interno dello spazio espositivo; anche Bill Viola vuole farci perdere il contatto con la realtà immergendoci fra i pensieri di "Sharon", il nome dell'opera esposta: Sharon è immersa nell'acqua, noi la vediamo in questa installazione audio video, sentiamo il suo respiro sott'acqua, vediamo i gesti lenti delle sue mani, la sua maglia che reagisce a contatto con l'acqua. Ci si sente in apnea nel vederla, ma allo stesso tempo protetti.
"L'albero sospeso", opera dell'artista Henrik Hakansson è quella che mi ha colpito di più fino a questo punto della mostra: un albero spoglio che ci viene mostrato nella sua interezza, dalle radici ai rami, sospeso nel vuoto, invita a coltivare un presente solido per avere un futuro rigoglioso, fra le radici secche e i rami spogli il tempo passa veloce e senza freni, ci si impiglia dentro, si lascia catturare e fugge via, e i fotogrammi della tua vita passata insieme a lui, in uno sguardo senza limiti temporali che mira al futuro, voltandosi verso il passato.
e mentre il Demogorgone di di Kate MccGwire si snoda sotto i piedi di chi passa, si arriva di fronte all'opera più instagramata della mostra: "Light is time" di Tsuyoshi Tane. Una pioggia dorata fatta di oltre 65.000 piastrine metalliche color oro, che danzano nell'aria grazie al gioco di luci e specchi montati sopra le nostre teste, con la musica in sottofondo che permette allo spettatore di perdersi nei propri pensieri, affascinati dal gioco di luci e brillii che volteggiano senza posa.
Fra tutte le opere che ho visto, quella che mi ha colpita di più è stata "What if all is" di Alexandra Kehayoglou: lungo le scale che permettono di salire al secondo piano dello spazio espositivo, lo spettatore cammina fra i paesaggi brulli della Patagonia, riprodotti dall'artista grazie a tappeti lavorati al fine di riprodurre l'interno di una grotta. Si sale fra i colori del muschio, mentre Alessandro Preziosi legge il più bello dei racconti che Ivan Cotroneo ha scritto appositamente per la mostra: 14 racconti interpretati da altrettante voci note dello spettacolo italiano per accompagnare il visitatore lungo il percorso della mostra. Cotroneo non fornisce una spiegazione delle opere: ha trascritto in parole ciò che le installazioni gli hanno suscitato.
"Ho usato le mie notti per cercare di essere Dio, per te.
Chissà cosa ti aspetti amore mio
Chissà se questa strada che si allunga e cresce e sale e si snoda, potrà essere il tuo mondo e il mio".
Ho ancora la pelle d'oca nel ripensare a questo brano: la mostra Dream mi ha lasciato una suggestione sul fondo del cuore che va oltre il concetto di sogno: mi sono vista dentro e con gli occhi degli altri, ho dato uno sguardo alle mie solitudini latenti, ho accarezzato l'amore, l'ho scritto su un biglietto colmo di desiderio, ho attraversato mondi possibili e città invisibili: per due ore sono stata fuori dal mondo e ne ho fatto parte con spontaneità, come in un sogno.



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