Valencia, novia de la primavera
Valencia, sposa della primavera.
Questa la traduzione di questo verso (ascoltato per altro in valenciano, ora vi spiego perchè) che mi ha così tanto colpito che non posso fare a meno di ripeterlo nella mia mente da ieri senza smettere di pensare che sia assolutamente vero.
Sono qui da più di sei mesi e avrò visto piovere su questa città non più di dieci volte, è una città che non soffre il mal d'aria, perchè d'aria vive, che non rischierà mai di vedere le vele delle sue navi ferme perchè qui c'è così tanto vento da trasformare in vela anche un foulard.
E ieri l'ho avvertita tutta la gioia della primavera in un unico, incessante, atteso grido: la festa de las Fallas, la festa più conosciuta di tutta la Spagna, una delle più articolate, lunghe, folli, è iniziata.
Due notizie al volo: cos'è las Fallas? Cosa si festeggia? Nasce come festa in onore di San Giuseppe (e infatti il vero giorno della festa è il 19 marzo), quando i valenciani, che in quanto a feste tutta la popolazione europea je fa na pista, hanno cominciato ad addobbare le strade della città con questi fantocci in cartapesta. Poi a festa finita si sono fatti due domande e si sono detti: ma mo di nuovo le scale dobbiamo prendere per togliere questi pupazzi? E quindi han pensato che il modo più veloce per eliminarli fosse bruciarli. E vengono bruciati alla vigilia della festa di San Josè perchè così "tutta la città arde di devozione" (io continuo a pensare che tutto sia sorto perchè gli pesavano troppo le natiche a salire di nuovo sulle scale per togliere i fantocci, libera interpretazione degli eventi).
Certo, domanderete voi: ma mica è il 19 di marzo oggi.
No, è il 24 di febbraio. Ma che fai, una volta che decidi di fare una festa con tutti i santi crismi non la fai durare almeno un mese?
E qui ritorna quel concetto di tempo sacro di cui ho già parlato in precedenza: assaporiamo per bene tutte le gioie che la vita ci offre, e se possiamo prolunghiamo questo momento fino a quando ci è concesso. Cioè più di 20 giorni di festeggiamenti di vario tipo, perchè, veramente, fanno così tante cose che di più non sarebbe umanamente sopportabile.
Ieri era il "dìa de la crida" (giorno dell'urlo), ovvero il giorno in cui Valencia grida al mondo che la festa è iniziata. E va fatto nel modo più rumoroso possibile.
E infatti immaginatevi me che alle 7:30 di domenica mattina vengo letteralmente buttata giù dal letto per lo sparo dei botti, durato per circa dieci minuti. Io devo ammettere che appena sveglia al mattino non brillo di intelligenza, e infatti la prima cosa che ho pensato è che avessero buttato una bomba. Poi ho realizzato e, arrabbiata, mi sono rimessa a dormire.
Per svegliarmi giusto in tempo per assistere ad una cosa cui proprio i valenciani non possono fare a meno: la mascletà. Cioè continuano a sparare botti, questa volta per un quarto d'ora nella piazza principale della città con un mare di gente che si assiepa sopra ogni ramo d'albero che sporge o balcone o tetto di una edicola. Che io sono arrivata alla conclusione che qui c'è il feticcio per l'odore della polvere da sparo, perchè proprio impazziscono quando lo sentono, e il rumore dei botti li galvanizza che manco la vittoria del secondo mondiale consecutivo. E poi sono attrezzatissimi. Non appena parte il primo botto per avvisare dell'inizio della mascletà, tutta la popolazione intorno a me si sistema occhiali da sole e tappi per le orecchie. Credo sia inutile dirvi che io non avevo nessuno di questi oggetti. E che quando ho visto la gente attrezzata e pronta ho pensato: "Ooooooooooooooh, mierda!"
Però sono sopravvissuta, non so se il mio udito è rimasto quello di un tempo, ma sicuro non ho perso un occhio, e questo mi sembra già importante. Però prometto che per la prossima volta andrò attrezzata, tanto posso allenarmi in questi giorni; infatti fanno una mascletà al giorno dall'1 fino al 19 di marzo. Il tempo per prendere appunti e imparare non manca.
E poi la crida. Innanzitutto ti fanno capire che loro con la cartapesta et similia ci sanno proprio fare piazzandoti al lato delle torri di Serrano, dove si è svolto il tutto, un cavallo bianco alto 10 metri e un soldatillo de plomo (soldatino di piombo, uguali identici ai nostri pupi siciliani) della stessa altezza.
Aspetti l'ora X, la puesta del sol, per le 19:30, quando il sole è tramontato, e le torri cominciano a brillare con tutte le luci del mondo, il soldatillo comincia a parlare della bellezza di Valencia e il cavallo a galoppare avanti e indietro davanti ai tuoi occhi. Non scherzo, è successo davvero, e vi giuro che quel cavallo sembrava vero, scuoteva la testa e muoveva le zampe come se fosse al galoppo e il soldatillo ti fissava con degli occhi che parevano umani.
Bello, tutto molto spettacolare, tutto molto magico, quasi da fiaba, con le donne e gli uomini vestiti con i loro costumi tradizionali e le trecce fermate sulla nuca con questi grandi spilloni d'oro, tutto così surreale che quasi sembrava normale che ci fossero cavalli alti 10 metri e soldati in cartapesta parlanti.
Il tutto rigorosamente in valenciano, perchè las Fallas non è una festa della Spagna, è una festa di Valencia
"Fallers
gent di tot el mond
aor empiesan: les Fallas!"
Solo a me ricorda tanto il dialetto barese? Giuro, a me sembrava di stare a Bari, aspettavo solo di sentire odore di orecchiette con le cime di rapa e di vedere gente che parlava del fallimento del Bari calcio. Spero che nessun valenciano legga mai come ho scritto nel loro idioma natio, perchè se no mi denunciano per crimini contro l'umanità, però vi dico che,ad occhio e croce, suonava così.
E poi dieci minuti di fuochi d'artificio, sai mai che dovessimo perdere l'abitudine oppure che dovesse venire il dubbio che qui si festeggia senza fare troppo casino!
Ieri ho visto con quanta passione la gente di questa città vive un evento così allegro e ho sofferto il fatto di non essere così ben integrata da capire la loro lingua e ogni passo dei loro costumi. Avrei voluto avere la giubba del colore di uno dei quartieri, tifare per la rappresentante della mia falla che faceva bella mostra di sè sulla torre insieme alle altre, conoscere l'inno valenciano, cantarlo ed emozionarmi con loro.
è una città che, davvero, sa come farti sentire a casa. Ma sa anche dirti in modo allegro e gentile "vai e trova anche tu la tua casa."

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