Manuale di sopravvivenza da mamme troppo brave

È un periodo decisamente NO della mia vita. Forse più che un periodo negativo, è un periodo di esplosioni, nell’arco di una decina di giorni sono scoppiate situazioni, sono scoppiata io, e adesso sono in un momento di stop fisiologico e forzato. Sono un po’ stufa, rammaricata, mortificata con me stessa, scocciata, infastidita perché quando le cose non vanno come dico io comincio a scapocciare, ma soprattutto avverto una stanchezza mentale che sembra non si voglia curare.
In questo brodo primordiale di acidità e malessere si inseriscono LORO: le mamme che hanno studiato e si sono diplomate a pieni voti all’ Accademia per Mamme Troppo Brave. Tali suddette allieve inquadrano subito la specie sub-filiale che hanno di fronte: giovane donnina ventiquattrenne, testa dura, arrabbiata con il mondo. Loro riescono a sciogliere tutti i nodi, a farti sembrare risolvibile ogni questione.
Lo schema operativo è all’incirca il seguente: comunichi ad una delle mamme-allieve che non vuoi fare una determinata cosa, perché sei arrabbiata/stanca/stufa/uffa/off line.
Tu immagini che la mamma comincerà a dirti subito che sbagli/così non si fa/che ti dice il cervello/non esiste proprio, quindi già ti stai gustando una litigata di cui hai bisogno, per te che sei alla ricerca di altra acidità gratuita.
E invece no.
Lei ti dice con naturalezza che la scelta è tua, che puoi fare ciò che vuoi, comincia a lodare il fatto che sei una ragazza giudiziosa, e in questo momento anche arrabbiata, ti capisce, lo senti davvero che ti capisce. E tu tiri un respiro di sollievo, perché meglio di una litigata c’è solo il senso di molle torpore in cui ti sollazzi in questi giorni, ne sei proprio felice.
Però.
Comincia ad abbracciarti, a dirti che sei troppo intelligente per non capire che tutto passa. Che quello che non succede oggi succederà domani ed avrà un sapore migliore, e questa cosa che non vuoi fare per ripicca non è detto che, una volta fatta, con il senno di poi non si riveli quasi salvifica.  E tu non riesci ad arrabbiarti perché sta per farti cambiare idea, la adori perché ti ha fatto cambiare punto di vista, e lo sai, perché lo sai, che ne avevi bisogno.
Poi ci sono quelle mamme dell’Accademia che sanno che hai pianto ininterrottamente per un giorno intero e non ti dicono nulla, ma la sera ti portano la camomilla a letto da bere e da mettere sugli occhi perché sono gonfi. Due carezze sulle guance ed un “non è successo nulla” a fior di labbra.
Infine ci sono le nonne-mamme (che hanno fatto anche il master all’Accademia), che torni a casa per Pasqua e ti dicono che ti fanno la pizza il Venerdì Santo, come se la cena del Venerdì Santo fosse una sorta di pre-pasquetta in chiave vegetariana.
Donne, io vi adoro, perché meglio di così non vi potevano fare. perché il vostro amore è perfetto. E mi date la tranquillità di cui ho bisogno in ogni momento della mia vita, belli e brutti. Ogni tanto mi chiedo, ma senza stress, se sarò capace di fare altrettanto quando toccherà a me, e se in un modo o nell’altro ne sono già capace ora, se basta veramente solo saper amare o se è richiesta un’arte diversa e maggiore. Io questo legame di donne e fra donne lo sento fra le fibre della pelle, come se fosse naturale come riconoscere il colore dei miei capelli. E probabilmente è una catena ancestrale che non si spezza dalla notte dei tempi, perché senza questi legami forse l’umanità si sarebbe fermata prima.  E non esiste un giorno più femminile del Sabato santo; la notte più lunga del mondo è stata squarciata proprio dall’amore materno delle donne.


(p.s. poi ci sono i Papà, che invece quando gli esponi un problema ti rispondono così:” e allora quelli che hanno una malattia che dovrebbero dire? Io che sopporto tua madre tutti i giorni, che dovrei dire?”) 

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