DilloConUnLibro: "Eccomi" di Jonathan Safran Foer

Questo libro dalla coloratissima copertina gialla è stato il regalo di Natale dell’Ing., il quale non ne poteva più di sentirmi dire che volevo leggerlo disperatamente (non dite poi che i fidanzati non sanno cogliere i vostri messaggi subliminali in fatto di regali: non dovete lasciare che la vostra dolce metà interpreti i cambiamenti climatici per capire che regalo farvi. Siate dirette, dite “QUELLO!”).
Sì, perché io sono una lettrice che dà un’importanza ai limiti del narcisismo alle copertine: quando vedo copertine e/o colori inadeguati ad un libro mi arrabbio molto. Solo spennellando di giallo acceso e riempiendo la copertina con una lampadina che illumina solo il titolo e l’autore hai buone speranze di vendere un libro grosso come un piccolo Rocci. Oppure vendi se tutta la popolazione mondiale ha letto i precedenti libri di Safran Foer e quindi aspettava con ansia da dieci anni che uscisse un altro suo romanzo, come buona parte dei lettori. Io, invece, cado sempre dal pero e dell’esistenza di questo scrittore non ne sapevo nulla fino a quando questa copertina gialla ha riempito tutti i social, i giornali, le televisioni, le metropolitane. Incoraggiata da tutto ciò è partita la richiesta, finita prontamente sotto il mio albero di natale.

Riguardo la trama del romanzo, possiamo dire, mia personalissima interpretazione, che le storie che si muovono concentricamente sono due: la prima è la storia di una coppia e di una famiglia in crisi: Julia e Jacob sono la coppia anello di congiunzione all’interno della famiglia Bloch fra i loro 3 figli maschi, i nonni paterni, il resto di una famiglia ebrea divisa fra Washington e Israele. La diaspora personale di questa famiglia trova sollievo solo per le feste importanti, quando tutto il parentame da ogni parte del globo, dalla Spagna alla Polonia, si raccoglie intorno alle celebrazioni importanti, come sta per accadere per il Bar mitzvah del loro primogenito, Sam. C’è poi una seconda storia concentrica, che parte da ambientazioni reali, la vita a Washington, in Israele e nel resto del mondo, e finisce verso panorami, grazie a Dio (qualsiasi voi veneriate), non ancora accaduti: un terremoto devastante che mette in ginocchio l’intera penisola araba, lo scoppio di una guerra (quasi mondiale) che vede da un lato Israele contro la lega dei paesi panislamici, una nuova, imprevista guerra di religione.
Ecco, se devo essere sincera, questa seconda storia mi ha entusiasmato e coinvolta molto più della prima, storia famigliare che è diventata altresì convincente e intrigante ai miei occhi solo nel momento in cui si è indissolubilmente legata a quanto avveniva nel mondo.
Non mi elevo a Catone il censore della mia generazione, ma devo ammettere che il linguaggio licenzioso e sboccacciato che ha dato sfogo di sé soprattutto nella prima metà del libro, mi ha a dir poco infastidito. Sia chiaro, non perché mi imbarazzi leggere di sesso o di masturbazione, ma il linguaggio prettamente esplicito e scurrile che ho letto non me lo aspetto da uno scrittore di questa portata, e questo per due ordini di ragioni: perché questo tipo di linguaggio mi sta bene che lo usi un romanzo erotico di quart’ordine o un giornale porno, non uno scrittore che dimostra una padronanza vasta e profonda della scrittura. In secondo luogo, sono fermamente convinta che Safran Foer non sia una E. L. James qualunque completamente incapace di scrivere qualcosa bene; sa parlare di sesso, amore e onanismo con parole bellissime, che arrivano al lettore molto meglio, e anche più velocemente, dei messaggini porno che il protagonista invia dal suo cellulare che ci vengono ripetuti fino allo sfinimento.

Ad oggi la grande domanda resta: mi è piaciuto il libro? Sono passati circa tre mesi dalla fine della lettura (sì, ho tempi di maturazione che manco le pesche), e alla fine mi sento di dire questo: la storia non mi è piaciuta fino in fondo, ho apprezzato, e molto, alcuni margini di riflessione lasciati al lettore. Ho apprezzato la libertà lasciata al lettore di poter immaginare cosa sarebbe successo dopo, lasciando un finale essenzialmente incompiuto, ma forse è stato dato un margine di libertà eccessivo, perché in realtà un vero finale non c’è, la storia si conclude così, assonnata come era iniziata.

Sono felice di averlo letto, perché mi ha aperto un mondo su una categoria di scrittori e romanzi che conosco molto poco, ovvero la letteratura ebraica, e mi ha dato una profondità che non conoscevo e forse non avevo e credo proprio che darò una seconda possibilità a Safran Foer. Ammetto che mi ha fatto molto sorridere vedere i grandi giornali osannare il romanzo come se fosse la nuova Bibbia appena uscito, quando poi i lettori sono rimasti profondamente delusi da questo romanzo molto atteso, soprattutto in relazione ai precedenti romanzi, che hanno avuto un forte impatto sul pubblico.
Questo romanzo mi ha comunque lasciato una traccia profonda, forse questo è il motivo per cui mi sento di essergli affezionata: mi sono informata circa i momenti che riguardano la liturgia del Bar Mitzvah e la celebrazione è data o dalla lettura della porzione settimanale della leggere, o recitare la benedizione prima o dopo la lettura, oppure condurre una d’var Torah, cioè la discussione di alcune questioni bibliche. Oltre ad ammirare molto la religione ebraica sotto questo aspetto, perché dà ai propri fedeli senso di responsabilità verso la propria religione e accresce le conoscenze teologiche, il bar mitzvah risulta essere un vero percorso formativo e spirituale, che permette anche una maggiore identificazione nelle parole della Torah, la legge ebraica. Il titolo del romanzo non è casuale; “eccomi” è la parola intorno alla quale Sam condurrà la sua d’var Torah e la lettura del suo discorso mi ha particolarmente colpita, perché il ragazzo ha messo in luce come “eccomi” sia un verbo che lo descriva.

Alla luce di questo ho deciso di fare un percorso similare, ovvero scegliere il verbo che più mi caratterizza e legarlo ad un passo della Bibbia che mi sta a cuore. Compio quindi la mia ascesa verso il podio e scelgo il verbo greco οἶδα, aoristo del verbo ὁράω croce e delizia di tutti gli studenti del liceo classico (più croce che delizia, ma vabbè). La particolarità del verbo ὁράω è che la traduzione letterale è vedere, ma nel tempo aoristo (un tempo al passato della lingua greca) οἶδα non viene mai tradotto come “ho visto”, ma “so”. Per i greci, infatti, ciò che si vede con i propri occhi è sinonimo di conoscenza, pertanto ciò che si è visto nel passato (οἶδα appunto) costituisce la conoscenza del mondo che noi ci siamo fatti oggi. Questa è una di quelle particolarità della lingua greca che più mi affascinò sui banchi di scuola e che ancora mi affascina moltissimo, perché la conoscenza legata al vissuto e al visto è un qualcosa che effettivamente mi caratterizza. Ma la particolarità e la poliedricità delle lingue antiche è il loro prestarsi ad interpretazioni meno letterarie e più libere: fra le varie traduzioni di οἶδα c’è anche l’espressione “aver cura di qualcuno, stare attento a”. Il passo che scelgo, dunque, è tratto dalla lettera ai Tessalonicesi, 5:12-21 “Vi preghiamo poi, fratelli, di aver riguardo per quelli che faticano tra di voi, che vi sono preposti nel Signore e vi ammoniscono; trattateli con molto rispetto e carità, a motivo del loro lavoro. Vivete in pace tra voi. Vi esortiamo, fratelli: correggete gli indisciplinati, confortate i pusillanimi, sostenete i deboli, siate pazienti con tutti. Guardatevi dal rendere male per male ad alcuno; ma cercate sempre il bene tra voi e con tutti. State sempre allegri, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono”.
Titolo: Eccomi
Autore: Jonathan Safran Foer
Editore: Guanda
Pagine: 670

Prezzo:22 €

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