Il dizionario delle cose perdute 2.0: l’ora di educazione tecnica
Maggio è un
mese crudele per gli studenti: il sole splende fuori dalla finestra, i fiori si
schiudono colorando il paesaggio, gli ormoni ballano e la testa pure, e invece
gli ultimi compiti in classe ed interrogazioni ti tengono inchiodato dentro
casa ad una scrivania (ma questa chiusura ermetica nella propria dimora può avvenire
anche a causa di pollini ed allergie, motivo altrettanto distruttivo).
No, lo so
che l’ora di educazione tecnica non è stata eliminata dai programmi scolastici,
ma per me riguarda una parentesi (in)felice legata alle scuole medie che ho
lietamente abbandonato nei meandri delle mie capacità in qualche anfratto della
mente.
Intanto,
cosa si apprendeva durante questo corso? Sul punto, alla voce “programma di
educazione tecnica per le medie” sulla pagina web Wikiuniversità si legge “L'educazione
tecnica nella scuola media intende contribuire alla costruzione di una cultura
produttiva attraverso una iniziazione ai metodi della tecnica ed alla
riflessione tecnologica”.
Oh, tutto
molto bello letto così.
Cosa sia
successo dalla teoria alla pratica mi è ancora ignoto.
Difatti, da
quello che ricordo, quelle quattro (?) ore settimanali di educazione tecnica si
articolavano così:
-2 ore di
insegnamento teorico;
-2 ore di
insegnamento pratico così suddivise: un’ora di disegno tecnico, un’ora di
laboratorio informatico.
Delle ore
trascorse in aula ad imparare qualcosa sulle cosiddette “tecniche produttive”
ricordo molto poco: so che abbiamo studiato i materiali, e in quelle occasioni ho
scoperto che il vetro è composto da sabbia silicea, e devono essermi state date
delle nozioni di impiantistica che personalmente non rammento. Fin tanto che si
trattava di teoria io, da brava bambinella scrupolosa e diligente, facevo tutti
i miei compitini ed imparavo la solfa.
Come sempre nella vita però, a fregarmi era l’applicazione pratica, e, nello specifico, l’ora di disegno tecnico.
Ecco, se ho
sviluppato atteggiamenti degni di una eroina delle tragedie greche credo che la
causa scatenante siano state proprio le ore di disegno tecnico.
La
scrupolosità.
La pazienza.
La
pignoleria.
LA
PRECISIONE.
Sono tutte
delle doti bellissime, ma che non mi appartengono. Il Signore ha preferito
darmi altri doni, tipo la risata contagiosa ed i capelli senza doppie punte
fino a vent’anni, non si può avere tutto dalla vita.
Ho
cominciato a capire che la vita era amara quando ho riempito la cartella di
squadre, goniometri, compassi e una riga lunga non so quanto che usciva fuori
dallo zaino. Dettaglio che ricordo benissimo, visto che, a causa della sua
lunghezza, la prima volta che l’ho messa in cartella si è rotta a causa della
mia distrazione, poiché sbattevo la cartella in ogni angolo di casa. Per darmi
una lezione, i miei non mi comprarono una nuova riga per tutti e tre gli anni
di scuola media, e quindi io giravo con questa riga rattoppata con lo scotch
che quando la usavo per tratteggiare righe nel punto scotchato sembrava mi
fosse venuto un attacco di parkinson.
I primi
disagi iniziavano con la quadratura del foglio. Mo io dico no, ma se la tecnica
è andata così avanti tanto da mettere in commercio album già squadrati, la
necessità di quella purga settimanale qual era? Perché per me era una purga la
quadratura del foglio, intanto perché si usava l’album liscio e non ruvido, ciò
implicando che la matita ci scivolava sopra come se pattinasse sull’olio, e poi
perché io facevo onestamente delle quadrature inguardabili.
Marcavo
molto con la matita, quindi se dovevo cancellare il segno della matita si
vedeva fino a quattro fogli più giù, poi perché le cose in mano mia si animano
di vita propria: il compasso per esempio, non stava mai fermo, era più snodato
di Polly pocket e soprattutto il secondo giorno di scuola in genere avevo già
perso tutte le mine di ricambio, e quindi elemosinavo mine o compassi dagli
altri compagni e ciò comportava che io restassi indietro con i procedimenti per
la quadratura e quindi continuassi a perseverare nel mio stato di incapacità. Anche
le varie righe e squadre erano animate: una volta decisi di attaccare la lunga
riga al banco con lo scotch (tanto ormai…), il brillante risultato fu la quasi
evirazione di un compagno di classe che passava dalle parti del mio banco
(questo accadeva perché ai tempi non avevo ancora il certificato di “pericolosità
sociale” di cui oggi sono attrezzata. Ieri per esempio in metropolitana mentre
mi approssimavo a scendere ho spinto un tizio in braccio ad un vecchio, ho
pestato il piede ad un altro e un ragazzo ha sbattuto il naso al palo d’appoggio.
In quanto a pericolosità sono posizionata fra le bombe carta e lo shampoo negli
occhi dei bambini).
Le cose andavano meglio durante il laboratorio di informatica, dove il prof ci ha dato validi rudimenti sulle conoscenze del pacchetto office. Se oggi posso vantare un uso discreto di excel lo devo al mio Professore di educazione tecnica (ma anche a Salvatore Aranzulla, che venero più di Gianni Morandi). Il mio professore di educazione tecnica ricorreva al metodo educativo del bastone e della carota: se finivamo entro l’ora i compiti che ci assegnava, poi potevamo divertirci su paint. Ma che ne sanno i 2000 delle ore passate su Paint, a colorare chiazze indefinite con colori psichedelici?
Ancora me la ricordo la mia tesina di terza media con tutti i titoli degli argomenti diversi, le gamme di colori usate e la precisione con cui inarcavo di più o di meno le scritte.
Ecco, anche se all'inizio non sembrava, anche questo post rientra di diritto nel dizionario delle cose perdute 2.0, non foss'altro perchè se su un documento word cercate le wordart, ormai si sono evolute anche loro, e quindi addio ai titoli arcobaleno!


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