Via Via, vieni via con me…

In questi giorni in cui la ruota sta girando decisamente bene, sto dedicando molto, moltissimo tempo a me stessa. Non sto soltanto recuperando tutte le serie tv che volevo vedere ( e vi assicuro che non sono mai poche), non sto solo dedicando una cura maniacale e lunghissima alla mia persona, non trovo tempo solo per divorare un libro dietro un altro, ma sto passando del tempo dal sola con me stessa, e passeggio.

Quando arrivo in un posto nuovo in cui so che ci vivrò per un periodo considerevolmente lungo, la cosa che più mi piace fare e passeggiare fra le vie, guardarle.  Ho dedicato una lunga passeggiata a me stessa questo inverno: ero in sessione, con il tutone e la pioggerella, i capelli raccolti col mollettone. Ed ho cominciato a guardarmi intorno: i filari di case, un finestrone dietro l’altro, piani bassi, le vite dentro. Sbricio dentro queste finestre perché cerco spunti di vita, le esistenze degli altri mi danno sollievo. Quando è notte lo spettacolo delle luci che si accendono e si spengono come uno scacchiere mi incantano, le fisso per ore alla ricerca di contorni. Stralci di conversazioni, le visite dal medico, i ragazzini a scuola, l’odore di soffritto. Questi palazzoni si raggruppano in blocchi di quattro/cinque palazzi, ti affacci da una finestra e ti scorre la vita degli altri addosso. Qualche bambino piange, un cane abbaia. Panni stesi, coperti da cerate, piante che resistono al cambiare del tempo. Passeggio e sento una canzone, a quella finestra ci sono delle tende arancio, riscaldano l’ambiente. In una cucina a pian terreno due amiche si tengono le mani di fronte ad un bollitore del the, i treni a Tiburtina che corrono dove non si sa.

Ricambio casa, mi sposto di qualche strada più in là e le case diventano più basse, quasi signorili, fuori sboccia la primavera. C’è l’odore del pane sfornato da poco, un gran vociare di bambini perché la scuola è di fronte, alberi pieni di fiori piovono petali mossi dal vento. C’è il mercato rionale con l’odore di frutta e verdura, botteghe di orafi con pezzi bellissimi, quell’odore forte di chimico davanti alle lavanderie che ti riduce la gola alla grandezza di uno spillo. Roma dovrebbe chiamarsi “la città dei gelsomini”, perché ne è piena, sono ovunque, l’odore nell’aria è delicato, come il tocco del sole, che si fa man mano più spesso, sfiorisce i gelsomini, brunisce la pelle.

 Ora le scuole sono quasi chiuse, si vedono solo i liceali con i vocabolari di greco e mi sale la nostalgia. I pullman sono più vuoti, le piazzette piene di ragazzini che si scrivono nomi e cuori con i pennarelli sulle spalle, sentono musica ad alto volume, parlano dei debiti di matematica. Un gatto si affaccia dalla finestra, padrone sonnacchioso della strada, un uomo anziano ti sorride se passi, un cane beve ad una fontana. Davanti alla stazione di Roma-Lido, a Piramide, i sabati e le domeniche c’è la gente che raggiunge il mare in treno, con gli ombrelloni e le borse termiche. L’odore di iodio arriva fino a me. Tornerà anche il mio tempo per il mare, forse il mare di casa, magari l’ennesima spiaggia straniera.

Vento d’estate, portami al mare.   

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