L’hanno chiamata Ikea perché “il negozio di Satana” pareva brutto

Voi non lo sapete, anzi se mi seguite dall’inizio lo sapete molto bene, in questi ultimi tre anni sono più i traslochi che ho fatto che i caffè che ho bevuto, e io di caffè ne bevo molti. E infatti sono alle prese con l’ennesimo trasloco. Dicono che questo sarà l’ultimo per almeno i prossimi N anni, pertanto questa volta sto facendo le cose in grande ed ho deciso di andare persino all’Ikea a fare rifornimento di…niente. Perché se si va all’Ikea per zigzagare alla fine si finisce così. Ma andiamo con ordine.

Trasloco, dicevamo.

Se queste vacanze di Pasqua sono state così veloci e repentine che io neppure mi ricordo di essere stata a casa (Calabria? Ma dove? 14 ore di pullman? Ma quando? Ma chi, io? Ma è pancetta alla brace quella?), il ritorno a Capital city mi suggerisce una sola parola: scatoloni. Ma come è possibile aver riempito una casa con tutta questa roba? Perché tre giovani ragazze nubili hanno tutte queste scarpe? Quando finirò davvero di lavare tutte le lenzuola e gli asciugamani sporchi? 
Ancora non so come è avvenuto, eppure tutto ciò che avevamo nel nostro vecchio e scalcinato appartamento sta LENTAMENTE trovando una sistemazione in questo appartamento che profuma di nuovo e vernice fresca.
 Però una casa abitata da persone giovani (e mediamente senza soldi) non può essere inaugurata senza un pellegrinaggio da Ikea, e così ho deciso di sacrificare il mio sabato mattina in zona Anagnina fra tende a rullo e sedie in plastica dai nomi impronunciabili. 
Già arrivare in zona può risultare problematico: se considerate che qualche mese fa io e mio padre ci siamo persi in macchina fra le rampe di tangenziale est e per ritornare verso il nido abbiamo speso un pieno di benzina e siamo arrivati fino a Monte sacro capite bene come la circonvallazione tiburtina e il GRA ci siano abbastanza invisi. Nonostante ci siamo fermati nel bel mezzo del GRA  perché non sapevamo cosa fare con tanto di improperi degli automobilisti incazzati, alla fine siamo arrivati, e addirittura abbiamo trovato subito parcheggio. 
Come sempre la nostra Ikea family sparisce quando abbiamo bisogno di lei, pertanto la prima stazione di questa via crucis è la postazione per stampare l’ennesima ikea family. 
Finalmente si entra nel vivo della competizione. 

Tu entri nel negozio e si risveglia il lato più estroso di te che ti fa sentire a metà strada fra Santiago Calatrava e Le corbousier; resti affascinato dalle situazioni abitative ricreate, da tutte quelle lampade al LED le cui luci LED costano più della lampada stessa,  i finti libri per creare un ambiente confortevole in soggiorno, cucine in perfetto stile scandinavo dai colori naturali che si affacciano nel puzzo del Raccordo. All’inizio è un estasi, perché ti piace tutto, perché ti fa venire in mente una delle scene più belle di “500 giorni insieme” (avete capito benissimo quale) e ti verrebbe voglia di vivere per sempre in una casa ikea di 40 mq, perché piccolo e laccato è bello.
 Tutto ciò per la prima ora. 
Poi i mobili si moltiplicano, le cianfrusaglie di cui credevi di avere urgente bisogno si dileguano, vorresti comprare un letto, ma quello che vedi scritto è praticamente il costo delle sole viti di montaggio perché le doghe, il materasso, tutto il resto va comprato a parte.
 Ti scoraggi, perché comprare un divano letto e un tavolo insieme è un’impresa da titani e se penso che mi devo montare anche uno sgabello da meno di dieci euro mi scoppia il naso a sangue. Ma imperterrito continui a camminare per i corridoi, i bambini urlano come forsennati perché a loro nun je pare vero di poter giocare a nascondino con tutto quello spazio, qualcuno si porta dietro anche il cane (ma il WWF non dice nulla a riguardo? L’odore invasivo delle polpette svedesi non dovrebbe essere considerato una forma di violenza nei confronti degli animali?), i carrelli ti ciancano i piedi e dopo due ore hai comprato solo un tagliere in silicone perché mamma dice che so boni. 

Puntuali come se ci trovassimo in fabbrica, all’una i corridoi si svuotano per trovarci tutti insieme presso il ristorante svedese. Qui i partiti da abbracciare possono essere due: o si decide di rimanere sul sicuro mangiando piatti tipici della cucina italiana, oppure si punta sulla scelta esotica e si va giù di cibo svedese. Che io ora non so: non sono mai stata in Svezia, quindi oltre alla marmellata di lamponi e salmone come si piovesse non ho la più pallida idea di quale siano i piatti tipici di questo paese, però spero che la cucina svedese sia qualcosa in più delle polpettine di carne con la bandierina gialla e blu sopra. Ma veramente mettete la crema di lamponi anche sulla carne? Cromaticamente parlando sono piatti che per instagram funzionano molto. Anche se ho fatto 40 minuti di fila per magiare qualcosa, poter bere qualsiasi bibita alla spina gratis dopo la prima consumazione è una bella conquista. 

Finito il nordico pasto il girone infernale si restringe: si scende nel deposito. E lì la tragedia: madri che hanno smarrito figli, giovani donne che dopo anni ritrovano il proprio fratello perduto 15 anni prima fra quegli scaffali imballato insieme ad un tavolino lack, cani che scappano dai propri padroni, reparto ceramiche più introvabile dell’isola che non c’è, finalmente si arriva alle casse, con il carello pieno di tutto e niente. Io ho infatti comprato: una pianta vera, una pianta finta, uno zerbino bellissimo, un sottopentola che mia madre ha detto “lo userai tantissimo”, lo scopettino del bagno a meno di un euro, sedie e sgabelli. Ho dimenticato di prendere l’appendi panni, in compenso ho scoperto un reparto bellissimo: il reparto “grandi occasioni”: posto alla fine di tutta questa fiera raccoglie tutti i mobili zoppi, mal usciti, graffiati. Ma come se fa a vendere un tavolo che, su quattro gambe, tutte e quattro sono diverse?
Perplessa sono uscita dall’ikea quasi cinque ore dopo, con un pacco di biscotti all’avena buonissimi e un frozen yogurt che si è sciolto con i 26 gradi romani.


In conclusione, l’Ikea è chiamata così perché chiamarla direttamente “flagello di Dio” sarebbe stato poco commerciabile, o magari Ikea vuol dire proprio Belzebù  in svedese e noi non lo sappiamo, sta di fatto che in mezz’ora sono riuscita a montare lo sgabello che probabilmente in fabbrica avranno prodotto e assemblato in meno di cinque secondi. E infatti , come ogni cataclisma che si rispetta, tutto questo non può consumarsi in un attimo (se vogliamo definire “attimo” cinque ore con bellavista sul GRA): verrà il momento di montare quei mobili, e avrà lo stesso colore degli occhi di Attila flagello didddio. 
Montati da solo il letto, dicevano; sarà facile, dicevano. Dopo aver speso la domenica seguente a tenere in piedi quattro assi a forma di letto, ho rimpianto tutta l’attenzione che non ho prestato nelle puntate di art attack. 

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